Kim Ki Duk usa le immagini. Ogni sua storia è un messaggio. Ma anche respiro soffocato. E' semplicemente così. Soffio, Kim Ki Duk, 2007. (La prima cosa che mi è saltata all'occhio del film è lo stile di regia molto particolare.Poche inquadrature, quasi insufficienti per rendere il senso delle scene.Telecamera quasi sempre ferma sugli attori (si muove in rare occasioni). 
A lui bastano poche parole per descrivere storie.
Cattura disegni, sculture, foto, espressioni.
Le trasforma in film.
Bastano pochi soldi. Pochi ambienti. Poche battute.
E fa capolavori.
Qui c'è il soffio.
Soffio come respiro per vivere.
Proprio colei che ti ha ridato voglia di vivere,
vorrà ucciderti.
E non c'è nulla di razionale in questo.
Segno che il regista ha assorbito molto dal cinema giapponese più che da quello cinese.D'altra parte il suo cinema molto psicologico è di chiaro stampo nipponico.
Ho letto da più parti che questo sarebbe un film sull'amore tra una donna sposata ed un detenuto nel braccio della morte.Bè secondo me non è così.Questo è un film sulla vita e la morte.
La vita, nei suoi colori, resi con le rappresentazioni (un po' da teatro Kabuki) delle stagioni.
La vita nel suo grigiore rappresentato dal matrimonio e dalla monotonia quotidiana della coppia.
La morte che lei ha vissuto per alcuni minuti da bambina e che cerca di spiegare all'assassino.Alla fine infatti si assiste ad un tentativo della donna di far capire all'assassino la sensazione che si prova nel morire...veramente...
Ancora la morte, quella che attende il detenuto il quale all'inizio tanto desidera di morire ma che alla fine teme perchè ha capito che si può rinascere...
C'è anche una storia d'amore però.E' quella tra la coppia sposata.Purtroppo la brevità del film non ha permesso di svilupparla a pieno ma sarebbe stato superfluo. Gold)
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